Otium, una forma rivoluzionaria di sostenibilità

di Salvatore Insolia


Come qualsiasi specie animale - o quasi - l’essere umano è improntato all’azione. Ragioniamo secondo logiche del fare, dell’agire perpetuo. Noi umani, in particolare, abbiamo dato una connotazione negativa all’inazione. Oziare, poltrire, stare con le mani in mano.

L’importante è fare, perché se non fai sei un pigro, una persona che non contribuisce, un inutile. Poco importa se quel che si fa lo si fa “bene” o lo si fa “male”.

È un disturbo che ci colpisce tutti, in maniera trasversale: dal lavoro alla vita privata.

In quest’ultima l’immobilità è noia, è così pure il tempo libero e le vacanze formicolano di attività compulsive, di viaggi e di articolati programmi con se stessi e gli altri.

Persino nella sostenibilità ci preoccupa per lo più quello che c’è da fare rispetto al non fare.


Eppure per una sostenibilità a tutto tondo, inclusa una sostenibilità dell’animo, di tanto in tanto bisognerebbe proprio fermarsi. Trovare il tempo per contemplare il mondo invece di modificarlo è una forma di sostenibilità. Se non ammiriamo questo mondo, perché dovrebbe interessarci preservarlo?


Badate bene: contemplare non significa perdere tempo e bighellonare ma farlo fruttare quel tempo. Non c’è contemplazione senza uno sguardo riempito da una meraviglia, un’ammirazione talmente grande da indurci a meditare profondamente su questa vita, sulla nostra natura, tanto quanto sulla natura che ci circonda e con la quale costruire una relazione.

È un’attività più pratica di quanto sembra, perché ci porta a comprendere i motivi per cui questa vità è degna di essere vissuta, riempie di senso le nostre azioni e ci porta a riflettere prima di agire.

E nella sostenibilità come si traduce questo discorso in pratica? In una sostenibilità del rallentamento, della decrescita.

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Per gli antichi romani, l’otium era il tempo libero dagli affari in cui ci si poteva dedicare allo studio, al soddisfacimento dei propri impegni domestici o alla cura del proprio patrimonio.


Solo gli schiavi non potevano beneficiare di questo privilegio, in quanto il loro unico scopo era l'azione produttiva materiale. Un aspetto che dovrebbe indurci a riflettere.

In una società improntata all’attività continua - dove abbiamo persino inventato i negozi aperti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 - il gesto più rivoluzionario è quello di ritagliarsi del tempo per fermarsi.


E non intendo il tempo passato davanti a uno schermo o in arzigogolate vacanze esotiche oltreoceano, ma quello passato tra le pagine di un libro, tra i sentieri di un parco o di un bosco, tra i frutti di un orto.


In prima persona ho voluto praticare questa rivoluzione negli anni, dimezzando il tempo che passavo davanti a serie TV e videogiochi ed investendolo per lo più in lettura, con un pizzico di giardinaggio. Sono attività che ci fanno viaggiare a basse emissioni trasportati dal piacere del più nobile otium.

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