La sostenibilità nel mio piatto

di Salvatore Insolia

L'espressione “peccati di gola” fa capire come siamo universalmente affezionati al cibo. Non solo per sussistenza ma anche e soprattutto per piacere.

Quando si tratta di cibo, in un modo o nell’altro, ci sentiamo punti sul vivo. Io ho il diritto di mangiare quello che mi pare, quando mi pare. A patto che possa permettermelo.

Intorno al cibo nascono accesi dibattiti e si creano vere e proprie fazioni. Chi non è stato vittima di un certo terrorismo alimentare?

Ma c’è una parola che più di tutte divide e fa arrabbiare: vegan.



Probabilmente adesso nella mente della maggioranza, ci s’immagina l’amico, il parente o il conoscente che ci tartassa d’immagini di teneri cuccioli e di atroci crudeltà e violenze contro gli animali. Quasi alla stregua del lavaggio del cervello di Arancia Meccanica.

Io personalmente non posso dirmi vegano, ma il libro “Vegan: un manifesto filosofico” di Leonardo Caffo mi mette in discussione rispetto a ciò che mangio. E non perché pieno delle immagini che ho citato prima.

Quando si parla di veganesimo, la nostra coscienza attiva una specie di sistema immunitario pronto al contrattacco. È umano. Spesso ineluttabile.

In primis, perché risparmiare gli animali e non le piante? E poi gli animali si mangiano tra loro, perché non dovremmo mangiarli anche noi? Infine, senza proteine si muore quindi come potremmo non mangiarli?

Con una contraerea così efficace come potremmo non aver vinto la battaglia? C’è forse altro da aggiungere?

Andando oltre al fanatismo che a volte colpisce entrambi gli schieramenti, qualcosa su cui soffermarsi in effetti c’è.

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La dieta vegana è più sostenibile di quella carnivora?

Siamo sinceri. Quando chiediamo perché risparmiare gli animali e non le piante, questa freccia non è scagliata dall’amore per le piante ma dal fatto che vogliamo sentirci liberi e a posto nel mangiare la carne. Per lo più ignoriamo che i vegetali coltivati nutrono più gli animali che mangiamo che noi umani. E onestamente i vegani qualcosa la dovranno pur mangiare, no?

È certo poi che gli animali carnivori mangiano altri animali, ma di sicuro non hanno costruito un’economia mondiale e industriale di allevamenti intensivi. Quindi le due esperienze non sono propriamente paragonabili.

E per quanto riguarda le proteine, veramente non sappiamo che esistono anche quelle vegetali?

Si riduce quindi tutto a una lotta tra il diritto di mangiare gli animali e la volontà di preservarne il benessere? Non si cela solo questo dietro il termine vegan.

Si tratta in effetti di una questione di sostenibilità alimentare

“La retorica spicciola dell’ecologia come “consuma meno acqua” o “gira di più in bici” cade di fronte ai dati scientifici diffusi dalla Fao o dalla Nasa: niente distrugge il pianeta con la velocità e la precisione degli allevamenti intensivi.”

Un hamburger cosa vuoi che sia? Per noi probabilmente niente. Per una famiglia africana equivale all’acqua consumata in un anno. Eh sì, la carne ha elevati costi idrici.

Quando per produrre un solo chilo di carne rossa è necessario consumare 15 mila litri d’acqua, le nostre scelte alimentari appaiono meno relative.

È più facile essere ecologisti sotto la doccia che nel nostro palato. Posso mica privarmi di una succulenta bistecca? E sapendo che gli allevamenti sono la principale causa di deforestazione, consumo d’acqua e devastazione ambientale, potrei valutare di preferire altri alimenti?

Spostarsi in bici e centellinare l’acqua in casa sono buoni gesti, ma paragonati al sistema di produzione animale sono come un bicchiere d’acqua a confronto con un’intera vasca da bagno.

Questo anche per un piccolo paradosso che rende spesso non sostenibile il settore agroalimentare. Per poter produrre tutta la carne che vogliamo mangiare, è necessario destinare un terzo di tutti i terreni coltivabili alla produzione di cibo per nutrire gli animali che mangeremo. La maggior parte del foraggio e delle piantagioni di soia sparse per il mondo non serve a nutrire gli esseri umani. E usiamo anche un’enorme quantità di terreno per allevare questi animali, la cui vita rappresenta pressappoco la durata di un battito di ciglia. Secondo la Fao, un quarto delle terre non coperte da ghiacci di tutto il pianeta è usato per far pascolare il bestiame.

Se in paesi come la Tanzania, migliaia di persone soffrono la fame perché le risorse sono impiegate quasi nella loro interezza per nutrire gli animali che finiranno sulle nostre tavole, viene da chiedersi: cosa potrebbe succedere se invece usassimo quella terra coltivabile per produrre cibo direttamente per il consumatore umano?

Una dieta può essere sostenibile?

Tutto questo presenta già non poche criticità, senza contare che la Fao stima che l’allevamento di bestiame sia anche responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra. È come mettere insieme le emissioni di treni, automobili, navi e aerei.

Infine, siccome il male non viene mai da solo, chi mangia molta carne ha più probabilità di incorrere in malattie coronariche, infarti, diabete di tipo 2 e cancro. Qui forse qualcuno inizia a fare il conto dei chili di carne che consuma… e in effetti, secondo una ricerca dell’Università di Oxford, se tutti diventassimo vegetariani potremmo evitare 7,3 milioni di morti premature all’anno. 8,1 milioni se tutti diventassimo vegani. Il che alleggerirebbe di un miliardo di dollari all’anno i costi sanitari di tutto il mondo.

Sì, la sostenibilità passa anche dalla tavola!

È facile criticare qualcosa quando non la conosciamo e nutriamo dei pregiudizi, ma se andassimo oltre i falsi miti, i luoghi comuni e gli estremismi potremmo capire le motivazioni che stanno dietro uno stile alimentare come il veganesimo. Senza per forza diventare vegani dall’oggi al domani, ma iniziando a riflettere e a porci delle domande sulla banalità delle nostre abitudini insostenibili.

L’idea alla base del veganesimo è proprio quella di fermarsi a pensare, capire le conseguenze delle nostre azioni, riflettere per un istante su ciò che possiamo fare per cambiare le cose.

Per quale motivo continuiamo a fare qualcosa di sbagliato, nel senso di ingiusto e insostenibile, soltanto perché è consentito, nel senso di giustificato?

Non è questo, in fondo, lo spirito dell’economia domestica? Imparare ad essere efficaci e sostenibili, organizzati, rispettosi e attenti attraverso i piccoli gesti quotidiani.

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